Ringrazio le organizzatrici di questo seminario, in particolare Maria Bacchi, per avermi chiesto di intervenire: sono normalmente una persona pigra e questa richiesta mi ha costratta ad "allungare le antenne", a guardarmi intorno e scoprirere molte problematiche, a dare una certa sistemazione a sensazioni che da tempo percepivo. Le ringrazio anche perché mettere insieme donne con esperienze professionali diverse (storiche, insegnanti, archiviste, bibliotecarie, giovani studentesse) e con un diverso rapporto con il femminismo sia per l'età sia per un percorso diverso seguito in quegli anni, mi pare sia risultato estremamente interessante e stimolante.
Riprendendo il filo del legame affettivo con Annarita Buttafuoco, gia' citato da Emma Baeri e da Maria Bacchi, vorrei anch'io ricordare Annarita. La ricordo perche' è stato attaverso di lei che mi sono avvicinata a queste problematiche e che ho conosciuto alcune di voi che le erano amiche. La ricordo per il suo grande rigore storico, la passione politica ed l'attenzione verso gli archivi: il suo libro Le Mariuccine: storia di una istituzione laica, edito nel 1882 ha rappresentato un innovativo saggio di storia delle donne ed è stato il prodotto di una lunga, attenta ed appassionata frequentazione delle carte dell'Archivio Majno e dell'Archivio dell'Asilo Mariuccia. E' stata lei che nel 1994 ha fondato gli Archivi riuniti delle donne di Milano ove sono già raccolte diverse decine di archivi personali di donne e archivi di associazioni di donne di proprietà dell'Unione femminile nazionale e della Fondazione Badaracco.
Emma le regalò nel 1995 una sciarpa, come questa che ho addosso, fatta con gli scarti recuperati nei magazzini di un cravattaro che ha occupato per 50 anni i locali che sono divenuti adesso la nuova sede dell'Unione femminile e sono gli spazi in cui speriamo di accogliere l'anno prossimo un nuovo incontro simile, organizzato assieme alla Fondazione Badaracco ed agli Archivi riuniti delle donne, nel quale discutere lo sviluppo dei nostri progetti di recupero e di ricostruzione della storia delle donne.
Ieri e stamattina gli stimoli venuti dalle diverse relazioni sono stati moltissimi: abbiamo sentito Linda Giuva raccontare dell'entusiasmo del gruppo che sta lavorando sulle carte de Cespedes, date in commodao all'Unione femminile e depositate presso gli Archivi riuniti delle donne. Altre ci hanno trasmesso la passione con cui cercano nelle carte di archivi più disparati le tracce della vita di donne che ci hanno precedute.
Mi pare, tuttavia, che ci siamo dimenticate di una cosa molto importante: ci siamo dimenticate degli sviluppi dell'informatica e della sua 'invasione' nella vita di ciascuna di noi. Dalla metà degli anni '80 si è diffuso il pc, verso la fine degli anni '90 Internet è entrarto nelle nostre case. Cosa significa? Significa che appunti, agendine, rubriche telefoniche, scritti, relazioni, interventi, lettere, tutto questo materiale che fino ad allora era fatto di carta si è trasformato in bites e non sarà tra cento anni a disposizione per documentare la nostra vita e la vita di donne nostre contemporanee se non ci preoccuperemo di organizzare in modo attivo e ricorrente alla sua conservazione. Le carte, le lettere delle donne citate in questo seminario sono restate pazientemente ferme in scatole, cassetti, bauli per anni o decenni in attesa di mani di donna curiose di scoprire lì le radici del nostro presente. Da ora in avanti non possiamo fare lo stesso: se lasciamo i nostri files ed archivi elettronici dove sono, fra 5 anni non li potremo più leggere.
Chi di voi ha iniziato ha scrivere con Wordstar sul pc con floppy da 5½' e non si è preoccupata 4/5 anni dopo quando ha cambiato il pc di trasferire i files nel nuovo pc con floppy a 3½', ha perso tutto. Solo lunghe ricerche le consentirebbero di trovare un pc che abbia floppy dei due formati per trasferire i file da un supporto all'altro e dovrebbe inoltre avere il convertitore da Wordstar a WinWord. Per di più adesso si va diffondendo la possibilità di avere i propri dati memorizzati invece che sul proprio disco fisso, su un disco disponibile in rete in un server in qualche parte indefinita del mondo. Il luogo della nostra memoria diventa in questo caso sempre più lontano e fuori dal nostro controllo.
Qualche giorno fa "La Repubblica" riportava un brano di un nuovo libro di Giorgio Bocca in cui si legge:
"Billy Joy è uno che in fato di informatica la sa lunga,, è direttore scientifico della Sun Microsystems, editorialista di Wired, il vangelo degli informatici. Ebbene neppure Joy è proprio sicuro che l'era del Web sarà felice per l'uomo, anzi, preso da catastrofismo, diche nei prossimi trent'anni la tecnologia ci distruggerà. Qualcosa del genere lo dice anche l'antropologo Claude LéviStrauss a cui sembra di vedere nella proliferazione caotica della tecnica una metastaci da cui la specie umana sarà distrutta".
Non voglio essere così catastrofica, ma dobbiamo essere coscienti che esiste in modo drammatico il problema della conservazione delle risorse elettroniche.
Senza entrare nei dettagli, elenco alcuni punti. Abbiamo due tipi di risorse elettroniche: quelle risultato di un trasporto della informazione dal supporto cartaceo a quello elettronico, o digitale come ora si tende a dire e quelle nate direttamente in forma digitale. Le prime presentano gli stessi problemi delle seconde ed in più tutti quelli relativi alle conseguenze del trasporto del documento da un supporto cartaceo ad uno elettronico, in particolare la loro decontestualizzazione. Ma tralasciando questi aspetti vediamo le risorse nate direttamente come eletroniche: tra queste, per quanto riguarda gli archivi di cui stiamo trattando, possiamo mettere i file del nostro disco fisso, le informazioni che inseriamo sui siti in Internet che molte di noi stanno costruendo, i messaggi delle liste di discussione , i messaggi di posta elettronica (non parliamo dei messaggi dei cellulari che hanno per definizione vita brevissima!), le agendine elettroniche, i giornalini scolastici che alcuni quotidiani si offrono di ospitare sui loro siti webecc.
E' naturale che non tutto questo venga conservato; non lo era neanche prima. Ma dobbiamo avere presente i problemi posti dalla diffusione dell'infomatica e dall'obsolescenza tecnoloogica. Si ritiene che attualmente la vita degli apparati hardware/software sia di 5 anni; è quindi necessario organizzare periodicamente il trasporto delle informazioni sui nuovi supporti che la tecnologia produrrà. Non vi sono ancora criteri definiti per questa conversione ricorrente; le principali tecniche proposte attualmente sono sia la migrazione, cioè il trasporto dei documenti su nuovi hardware e software con il rischio però di perdere informazioni e funzionalità, o la emulazione, cioè la creazione di sistemi che consentano sia pur nelle nuove tecnologie di emulare il contesto precedente.
E' inoltre necessario garantire la salvaguardia del materiale nella sua forma originale. Sappiamo quanto sia semplice modificare un dato digitale; di una correzione su carta resta traccia visiva, molte modifiche di un file non lasciano alcuna traccia. Il confronto tra edizioni diverse possibile sulla carta, diventa praticamente impossibile quando le informazioni sono digitali. Come fare a garantire l'autenticità di un documento, il rispetto della versione originale? In tutto il mondo sono in corso studi per risolvere questi problemi; ma le soluzioni non sono ancora definite.
Oltre alle problematiche relative al come conservare, esiste anche il problema di dove conservare. Chi ha l'onere di conservare? per i materiali tradizionali (libri, carte, oggetti) questo onere per tradizione ricade rispettivamente sulle biblioteche, sugli archivi ed sui musei. Ma per le risorse digitali cosa fare? Sono in corso alcuni progetti a livello europeo, australiano e inglese. La Biblioteca nazionale centrale di Firenze, per esempio, si è già assunta l'impegno di conservare (e di trasportare sui futuri supporti) i cd-rom prodotti in Italia. L'Archivio di stato di Mantova che ha accolto gli archivi personali del Gruppo 7 - Donne per la pace, potrebbe proporsi quale luogo di conservazione anche delle loro risorse digitali?
Ultimo elemento: cosa conservare? pur nella incertezza delle modalità di conservazione, pare tuttavia abbastanza chiaro che si tratta di una operazione costosa e che quindi gli enti prepopsti a questa operazione dovranno fare dellle scelte. Quanto del nostro materiale farà parte di quanto sarà deciso di scartare?
Come è evidente i problemi sono diversi; non tutti risolti, ma di essi dobbiamo avere coscienza e per la loro soluzione ritengo che dobbiamo avviare una riflessione comune e cercare soluzioni in cooperazione.
Oltre alle problematiche connesse alla conservazione dei documenti è necessario considerare anche quelle connesse alla loro organizzazione e quindi al loro recupero. Da alcuni mesi è stato superato il miliardo di pagine Web, i motori di ricerca recuperano solo il 16% di ciò che esiste. Diventa sempre più complesso trovare in breve tempo l'informazione che ci serve.
Tradizionalmente il compito di conservare, ordinare e rendere disponibili i prodotti della cultura era assegnato a bibliotecari, archivisti e museografi. Ciascuna professione aveva elaborato strumenti per la organizzazione dei rispettivi materiali: regole di catalogazione e soggettazione per libri, regole per la redazione degli inventari per gli archivi e norme di descrizione per gli oggetti museali. Con il crescere delle dimensioni degli archivi elettronici sono nate nuove tecniche di ricerca basate su tecniche informatiche di ricerca post-coordinata. Non più quindi una catalogazione preventiva da parte di bibliotecari e/o documentalisti, ma tecniche di ricerca automatica sulle parole contenute nell'informazione stessa: la ricerca booleana e la costruzione di theasuri derivano appunto da queste esigenze.
Ma se tali strumenti potevano essere adatti alla ricerca in banche dati diffusa negli anni '70 e '80, l'esplosione informativa rappresentata da Internet ha imposto dagli anni '90 in poi ulteriori approfondimenti: gli attuali i motori di ricerca 'pescano' in archivi di milioni di pagine utilizzano gli operatori booleani assieme a tecniche di visializzazione dei dati secondo criteri di 'rilevanza' costruiti sulla base della frequenza dei termini cercati nel documento, della loro collocazione nella pagina o altri criteri stabiliti dai vari motori di ricerca . Un criterio che va affermandosi è quello della ricerca nell'ambito dei Metadati: si tratta di dati relativi al documento collocati o nel documento stesso o esterni ad esso. Come standard autorevole di formalizzazione di questi Metadati si sta affermando il Dublin Core Metadata Set.
Contemporaneamente si stanno affermando standard di descrizione dei documenti per agevolarne la visualizzazione, lo scambio e la ricerca. Nel 1986 è approvata la norma ISO 8879, più nota come stardard SGML (Standard Generalized Markup Language). Da questo standard è nato lo standard HTML utilizzato per la scrittura delle pagine Web, poi le Guidlines TEI per il trattamento dei testi letterari, e lo standard EAD per la descrizione degli inventari. Ultimo nato, ma pare destinato a grande sviluppo, lo standard XML, uno standard di marcatura dei documenti estremamente preciso e affidabile che bene si adatta alla tecnologia del Web .
Su queste problematiche stiamo assistendo ad un forte avvicinamento tra discipline fino ad ora fra loro lontane: in particolare archivisti e bibliotecari si trovano sempre più spesso negli stessi luoghi per definire strumenti di organizzazione e ricerca di oggetti che, a causa della pervasività di Internet, l'utente ritiene naturale cercare assieme. Del resto se nel corso dei secoli la nostra tradizione culturale ha affidato a luoghi diversi la conservazione dei prodotti culturali (i libri nelle biblioteche, le carte negli archivi e gli oggetti nei musei) anche se prodotti dala stessa persona o dalla stessa cultura, è naturale che lo sviluppo di Internet con la sua capacità di far accedere a risorse diverse e remote in modo estremamente semplificato, faccia nascere anche l'esigenza di riunificare, almeno nella ricerca, ciò che la tradizione ha separato. E' naturale che un utente ritenga opportuno, nel momento che effettua una ricerca su Leonardo, poter navigare in modo semplice dai sui disegni, alla sua pittura, ai suoi scritti.
Gli elementi più adatti a tali metodologie di ricerca presenti nelle varie discipline, si rafforzano nell'incontro con altre discipline. In esempio per tutti: nella tradizione catalografica il nome dell'autore è uno strumento per accedere ai suoi titoli; dal catalogo non è possibile rilevare informazioni ulteriosu su di lui, la sua biografia intellettuale è del tutto ignorata dal catalogo. Di contro la tradizione archivistica ha assegnato grande rilievo all'area dell'informazione sul possessore: si dà ampia e dettagliate notizie sulle sue attività, sui rapporti con il contesto, e nel caso si tratti di un autore enti, su enti che lo hanno preveduto e seguito ecc. Molto spesso un autore ed un possessore di archivio sono la stessa persona: nel momento in cui si va verso forme di interoperabilità tra archivi bibliografici e repertori archivistici, è naturale che le informazioni presenti in ciascuno archivio debbano andare a beneficio anche dell'altro. Sono infatti in corso riflessioni tra bibliotecari ed archivisti su modalità di gestione comuni delle liste di autorità, cioè degli elenchi di nomi di autori e di nomi di possessori. In ambito della ricerca sulla storia delle donne, si tratta di una evoluzione molto importante: quante volte la ricerca sulla produzione culturale femminile si è scontrata con il silenzio dei cataloghi sul sesso dei suoi autori?
Per quanto riguarda gli archivi il passaggio dal strumenti di ricerca cartea a strumenti informatici produce problemi piuttosto complessi. In un recente incontro a Firenze, Stefano Vitali dell'Archivio di stato di Firenze con molta chiarezza sottolineava come
"i nuovi mezzi di comunicazione quindi non vanno d'accordo con i vecchi metodi o ci vanno solo molto parzialmente, poichè le condizioni stesse della comunicazione sono difformi. Tanto per fare un esempio, la pubblicazione in linea di strumenti di ricerca non può fare affidamento sulla mediazione fra documentazione, strumenti ed utente che è assicurata dall'interazione 'faccia a faccia' fra archivista e ricercatore, tipica delle sale di studio tradizionali che veicola informazioni preziose, talvolta le chiavi medesime per l'accesso agli strumenti di ricerca e attraverso di essi alla documentazione. Lo stesso potrebbe dirsi per le conoscenze di background che sono implicite nella struttura e nelle modalità di presentazione degli inventari o nell'organizzazione stessa delle sale studio. Anche in questo caso quindi l'informatica e ancor più la comunicazione via rete costringe a rendere esplicito ciò che è implicito, a formalizzare flussi di conoscenze informali, razionalizzare procedure 'spontanee'. In breve, pubblicare in linea descrizioni di archivi comporta, in buona parte, la confezione di nuovi strumenti di ricerca, che possono solo parzialmente mettere a frutto ciò che già esiste; più che una semplice ricodificazione delle descrizioni già esistenti, comporta insomma, una qualche forma di ridescrizione degli archivi stessi"
In questo senso dobbiamo ripensare anche alle modalità di archiviazione
informatica che sono state adottate in questi anni in molte associazioni di
donne, puntando su modalità di descrizioni che adottino gli standard
che si vanno affermando a livello mondiale. Dovremmo anche avviare un lavoro
nazionale di censimento degli archivi di donne puntando alla definizione di
criteri comuni di descrizione per consentire la costruzione di un unico archivio
virtuale che faciliti i lavori di ricerca che stanno per fortuna diventando
sempre più frequenti su questi materiali.