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Fondazione Elvira Badaracco
Riguardarsi
Manifesti del movimento
politico delle donne in Italia
a cura di Emma Baeri e Annarita Buttafuoco
Protagon Editori Toscani, 1997 |
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Unione Donne Italiane (UDI)
Nasce nel 1945 dalla fusione dei Gruppi di Difesa della Donna e per l'assistenza ai combattenti per la libertà, formatisi a Milano nel novembre del 1943, con l'Unione Donne Italiane, fondata a Roma nel settembre 1944 da alcune dirigenti dei partiti politici della sinistra che avevano partecipato alla lotta di liberazione. L'associazione è concepita come l'unione di tutte le donne, al di là del loro grado di preparazione culturale, di collocazione sociale, della loro fede religiosa, del loro orientamento politico, ad eccezione delle fasciste. Il suo organo è "Noi donne". L'Udi raccoglie essenzialmente militanti dei partiti della sinistra e nonostante un costante sforzo di definire la propria autonomia di azione, condivide con Pci e Psi le scelte politiche di fondo. Le militanti dell'Udi, come le sue dirigenti sono, non a caso, spesso esponenti di rilievo, sia sul piano nazionale che locale, di quei partiti. In ogni caso l'Udi - che intanto si è diffusa capillarmente in tutta Italia, fino a raggiungere negli anni Cinquanta un milione di iscritte, con una forte concentrazione tra Emilia Romagna, Toscana, Umbria, Lombardia - sostiene fin dall'inizio un confronto anche aspro con la sinistra per affermare la piena cittadinanza femminile, operando una costante pressione sul Parlamento per riforme sostanziali nella condizione giuridica delle donne in generale e delle lavoratrici in particolare. Voto alle donne, diritto al lavoro e parità salariale, diritto all'istruzione, pensione alle casalinghe, accesso a tutte le carriere, servizi sociali per l'infanzia e per le lavoratrici: sono queste le tappe di un percorso nel quale gli obiettivi delle donne si intrecciano con quelli più generali del movimento operaio (pace, liberazione dei popoli, "riforme di struttura"). Un passaggio essenziale, nella riflessione collettiva dell'associazione si ha col VII congresso, nel 1964, quando la "contraddizione di sesso", più che la contraddizione di classe viene assunta come chiave interpretativa della struttura della società e della cultura occidentale. I primi anni Settanta si caratterizzano per l'assunzione di un'ottica nuova; accanto alla parola emancipazione inizia ad aver voce il termine liberazione; si cominciano ad elaborare temi più consoni alla ricerca di autonomia e identità femminile (vedi la parola d'ordine del congresso del 1973: Dimensione donna - nuovi valori, nuove strutture nella società). Sono gli anni delle grandi manifestazioni per il nuovo diritto di famiglia e per l'istituzione degli asili-nido, gli anni dell'affermazione di una maternità responsabile e non più soltanto del suo valore sociale, della denuncia della "divisione dei ruoli". Negli anni Settanta l'Udi si scontra però aspramente con i gruppi femministi, ma la mobilitazione per il referendum sul divorzio nel 1973-74 e soprattutto per una legge sull'aborto e poi per una legge contro la violenza sessuale, a partire dal 1979, crea un confronto ed uno scambio sempre più significativo ed alcuni processi di ripensamento e ridefinizione, sia nell'Udi che nei gruppi del Movimento femminista. Il rapporto col Movimento accelera la discussione già in atto da tempo sul legame con il Pci; la contemporanea militanza nel partito e nell'Udi, da necessaria a doverosa, viene sempre più sentita come conflittuale; la cosiddetta "doppia militanza" pone problemi sempre più gravi di lacerazione e insofferenza. Modellata, fin dall'origine, nella forma e nella sostanza, sui partiti di sinistra dai quali mutua l'organizzazione piramidale: circoli territoriali, comitati provinciali, comitato nazionale, segreteria nazionale, congressi di circolo, provinciali e nazionale, l'Udi comincia a riflettere anche su questa struttura. La pratica del partire da sé, dell'autocoscienza, il separatismo, la messa in discussione di tutto un sistema di valori in cui anche l'Udi non si riconosce più, l'assunzione piena delle elaborazioni del femminismo, rendono inadeguate e contraddittorie le sue strutture accentrate e talvolta anche burocratizzate. Il congresso del 1982 prende atto di questa nuova realtà e proclama l'autoscioglimento dell'Associazione nazionale. Da quella data rimangono in vita tutti quei circoli territoriali che, per scelta autonoma, lo vogliono. Si tratta di realtà molto variegate, con obiettivi strettamente connessi sia al quadro politico-sociale sia agli interessi del singolo gruppo. La Carta degli intenti, le assemblee generali autoconvocate, i congressi costituiscono attualmente i momenti di confronto collettivo. Un perno significativo della identità dell'Udi poggia oggi anche sull'Archivio, il cui progetto di riordino risale al 1983 quando, nel nuovo statuto dell'associazione, l'Archivio viene riconosciuto come strumento fondamentale per realizzare la continuità dell'Udi attraverso la testimonianza della sua storia. Il gruppo di lavoro, modificatosi nel tempo, ha suddiviso i documenti in due sezioni, cronologica e tematica; di questa seconda sezione sono stati ordinati vari temi, i cui inventari sono pubblicati in quaderni: 8 marzo; Famiglia; Divorzio; Violenza sessuale; Servizi sociali; Maternità; Contraccezione-aborto; Donne della campagna; Diritto al lavoro; Scuola; Noi donne; Pace, ecc. Nel 1986 la Sovrintendenza archivistica del Lazio ha dichiarato l'Archivio di interesse nazionale. c/o Casa delle Donne
via della Lungara, 19 00153 Roma (nel corso del 1997 si trasferirà nella nuova sede di via Arco di Parma, 15 00186 Roma) UDI Pagina costruita il 31 ottobre 1998, modificata il 2001-04-15
a cura di Susanna Giaccai
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